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Quando morì Jonathan. Tony Duvert. Es, 1997.

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Descrizione

ES (Biblioteca dell’eros 80.); 1997; 9788886534253 ; Copertina flessibile con risvolti ; 22 x 13 cm; pp. 181; Traduzione di Nico Mieli. Prima edizione nella collana. ; Presenta minimi segni d’uso ai bordi (senza mancanze nè lacerazioni), interno senza scritte; Molto buono, (come da foto). ; Spesso Serge trovava un’occupazione da solo, e Jonathan preferiva così. Il tempo passava veloce: il soggiorno del bambino volgeva già alla fine, e Jonathan faceva il vuoto dentro di sé per abituarsi a quel distacco. Continuava a corrispondere ai desideri, ai gesti affettuosi del piccolo, ma era come se la sua presenza fosse stata solo immaginaria. Serge non era un essere che si potesse amare, un uomo ragionevolmente libero che avesse eletto domicilio e affetti in un luogo da lui scelto. Era soltanto un bimbo, che il suo possessore aveva prestato, o piuttosto lasciato in deposito. Barbara non apparteneva a nessuno, e neppure Jonathan, ma Serge sì. Dunque non esisteva; e neppure esistevano i sentimenti che ispirava, che provava. Crederlo vivo, ascoltarlo, seguirlo erano errori ridicoli. Non era uscito dalla sua gabbia di bimbo, laggiù, ai piedi di coloro che sorvegliano questi marchingegni e le creature che vi sono rinchiuse. Era uno sbaglio, perché quei prigionieri potevano viaggiare, erano sottoposti agli sguardi altrui, suscitavano passioni, sorrisi: ma essi vi opponevano le proprie etichette, documenti notarili, polizieschi, commerciali, attestanti che erano proprietà loro che non erano se stessi. Tali evidenze torturavano Jonathan. Non aveva alcuna nozione dell’infanzia. Quel che di essa si dice, quel che di essa si ama, gli dava la nausea. Serge gli sembrava un essere compiuto, diverso da tutti, simile a tutti, uguale a tutti. Un uomo, soggetto all’invecchiamento come gli altri: ma in un primo tempo meno degli altri. Sarebbe cresciuto: un lieve cambiamento, se paragonato a capelli che si diradano, a labbra che si raggrinziscono, a un seno flaccido, a una voce legiferante, a un sedere enorme, a un sonno comatoso, o alla greve fatica d’avere mal vissuto che, dall’evo dell’uomo, opprime le membra e ne dirada i gesti. Per molti anni ancora, Serge (e non Jonathan) sarebbe rimasto identico a se stesso, solare, integro, perfetto, senza che la morte avesse presa su di lui. Ecco perché Jonathan sentiva nell’infanzia un sapore robusto, una sicurezza, un compimento di cui erano prive le età successive. Ma la parola bimbo decretava il contrario, trasformando in incubo la giovinezza benefica di Serge – come diventa incubo il volto immenso di un adolescente quando lo si osserva in una cella, in un gruppo familiare, in una banda di teppisti, in una fila di scolari, di operai. Serge aveva subìto, condannando i propri sentimenti, i propri pensieri, lo slancio infinito del proprio corpo, la stessa sentenza d’annichilimento. Davanti a quel ragazzo che una semplice parola sopprimeva, Jonathan cancellò se stesso. Volle farsi servitore, senza osare essere solo testimone. Lavava la biancheria, le stoviglie, cucinava, puliva i cessi, riordinava, faceva la spesa, si lasciava stringere, prestava la sua nudità, il suo sesso, il suo sonno, e manteneva nella casa un timido splendore in cui si estendeva, come se il domani non esistesse, il regno aereo del fanciullo ».; Spedizione veloce con BRT. L’immagine se disponibile, corrisponde alla copia in vendita.