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Il processo di Verre (2 volumi). Cicerone. Rizzoli, 1992.

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Descrizione

Rizzoli (I Classici della BUR L872 L873.); 1992; 9788817120135 ; 2 vol, Copertina flessibile, custodia ; 17,5 x 11 cm; pp. 1263, ; Introduzione di Nino Marinone. Traduzione e note di Laura Fiocchi e Nino Marinone. Testo latino a fronte. ; Presenta minimi segni d’uso (senza mancanze nè lacerazioni), interno senza scritte, lievemente brunito; Buono, (come da foto). ; Il reato di concussione è il primo per cui si conosca l’istituzione di un apposito tribunale nella legislazione romana. Dinanzi a questo tribunale si celebrò, nel 70 a.C., uno dei processi più clamorosi della vita pubblica romana. Imputato, un senatore di nobile famiglia e di dubbia fama, dissoluto e spietato: Gaio Verre, che in qualità di governatore della Sicilia, dal 73 al 71, aveva angariato i provinciali con ogni genere di soprusi, manovrando a suo arbitrio il sistema degli appalti e l’amministrazione della giustizia, facendo razzia di opere d’arte e imponendo contributi esorbitanti, fino a ridurre allo stremo l’economia dell’isola e alla miseria i suoi abitanti. A sostenere l’accusa, per incarico dei Siciliani, fu il trentaseienne Cicerone; assunse la difesa Ortensio, il migliore avvocato del momento. Giuridicamente, la causa era chiara: le colpe di Verre erano documentate da prove inconfutabili. I senatori, che detenevano il monopolio dell’amministrazione giudiziaria, tentarono di dilazionare il dibattito, lesivo per il loro ordine, ma Cicerone seppe stroncare ogni velleità della parte avversa. Verre parti in volontario esilio prima ancora della fine del processo e fu condannato in contumacia. A coronamento del proprio successo Cicerone pubblicò un’ampia trattazione in cui sviluppò gli argomenti dell’accusa che la rapida conclusione del processo gli aveva impedito di esporre adeguatamente in tribunale. Le «Verrine», che per l’incisività, la naturalezza e la varietà dei toni restano tra i capolavori dell’eloquenza antica, costituiscono anche come ben dimostra l’interessantissima introduzione di Nino Marinone un documento storico di straordinaria importanza per conoscere il sistema dell’amministrazione romana e il funzionamento della giustizia. Di fronte alla descrizione delle innumerevoli iniquità commesse da Verre nel governo della Sicilia può sorgere il dubbio che la verità sia stata deformata, poiché unica fonte di notizie al riguardo è rimasta la voce del suo accusatore. Tuttavia la figura dell’imputato si delinea nettissima, carica del suo fardello di delitto e di vizio, e si erge come un esempio insigne, se non raro, di disonestà amministrativa e malcostume politico, frutto di una società che nella travagliata agonia della repubblica era ormai matura per i fasti, e i nefasti imperiali. Lungi dal produrre qualche riforma, il processo di Verre si inseri semplicemente nel gioco degli interessi politici: servi a Pompeo che con la nuova legge giudiziaria registrò un successo del suo partito, servi all’ordine equestre che riconquistando la supremazia nei tribunali ottenne maggiore libertà d’azione nello sfruttamento delle province, servi infine anche al senato che condannando Verre si salvò almeno una rappresentanza nell’amministrazione della giustizia. In particolare giovò alla carriera di Cicerone, nocque al potere forense di Ortensio, allontanò per sempre Verre da ogni pubblico ufficio. Ma per i Siciliani tutto restò come prima, fatalmente peggio di prima. Nessun processo poteva sollevarli, nessuna legge giudiziaria poteva risolvere i problemi della loro isola. La causa della loro iattura aveva radici nel sistema stesso dell’amministrazione, che nessuno intendeva modificare perché si prestava troppo bene agli interessi di una società così agitata da continui torbidi politici e tensioni sociali come quella romana alla fine della repubblica. ; L’immagine se disponibile, corrisponde alla copia in vendita.