Sinfonietta. Angelo Maria Ripellino. Einaudi, 1972.
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Einaudi (Supercoralli); 1972; Noisbn; Rilegato con titoli al dorso, sovracoperta; 22,5 x 14,5 cm; pp. 185; Prima edizione nella collana.; Presenta segni d’uso alla sovracoperta (piccole imperfezioni), interno fresco e pulito; Buono, (come da foto). ; Le poesie di questo libro, scritte tra il 1968 e il 1971, costituiscono un diario, nel quale la storia privata, il gràfico di una sofferenza si intrecciano con le vicende che ci hanno sconvolti e incrinati negli anni recenti. Dai crucci, dai malumori, dagli invaghimenti, dai tentativi di gioia traspare come in filigrana la desolata demonía di un mondo tutto in faccende di violenza e di guerra, tutto soprusi, che rendono ancora piú grandi la nostra fragilità e malsanía, l’implacabile senso di morte che vègeta dentro di noi. Per dissipare i subbugli e il malessere, per sopravvivere alla torbidezza infernale dell’epoca, a questo brulichío informe di scontraffatte chimere, di spie, di segugi, di monatti, di teòlogi pazzi, non resta che ritornare a simmetrie cézannesche, a sequele di parole tangibili come oggetti ed accendere mèstiche di sfavillanti colori, brucianti giràndole di analogie. Nei riquadri di questo díttico si assiepa, come in armadi onirici, una congèrie di ciarpe, un Merz di cianfrusaglie, reliquie ancora lucenti dell’esiziale Diluvio. Queste reliquie eteròclite di una tassonomía scombinata, e perciò grifagne, museali, diventano gli attrezzi di un giocoliere. Lo stesso carattere nomenclatore assumono i personaggi affacciati come feticci alle finestre delle poesie: «bianchi musi di gesso», pagliacci, venditori di oròscopi, garzoni fornai, menestrelli, pupazzi di trúcioli, larve febbrili ed altri campioni di un’arca che va alla banda. Creatura a disagio, spaesata, il poeta intona nel folto dello sfacelo i tempi della sua «sinfonietta», recita i numeri di una guittería, stralunato, bramoso di cantilene e di Kitsch e cosí appassionato di metafisica da sembrar filisteo, come un archivista di Hoffmann. E, per affiorare dalla baraonda della banalità, dal grigiore dell’iterazione, non èsita a travestirsi, assumendo nomi diversi, a cercare rifugio negli anacronismi, indossando maschere ormai inusitate di incantatore e pierrot, sussiegose marsine e bombette. Non c’è divario tra i saggi e le liriche di Ripellino: allo stesso modo diramano le loro radici nell’humus del teatro, della finzione pittorica, allo stesso modo ricorrono alle duplicazioni e ai camuffamenti. Un’ebbra molteplicità di rimandi e reminiscenze ricerca e nutre il tessuto di queste poesie: ombre jiddisch, immagini di Klee e di Magritte, motivi di Mahler e di Janácek, splendori barocchi, truculenze boeme vi convergono come in un gran baraccone dalle luci malate, scontorto da smorfie di clownerie, sconquassato da ràffiche di ipocondría e di rimpianti. Al sottovoce, al sommesso, al da camera di altri poeti l’autore contrappone un ardente ordito fonetico, agganci ed incastri di suoni, l’attività dei bisticci, delle omofonie, le diavolerie, l’arroganza della Paronomàsia. ; L’immagine se disponibile, corrisponde alla copia in vendita.







