Riso nero. Traduzione di Cesare Pavese. Sherwood Anderson. Einaudi, 1995.
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Einaudi (Scrittori tradotti da scrittori 63); 1995; 9788806138530 ; Copertina flessibile con risvolti; 17 x 12,5 cm; pp. 295; Traduzione di Cesare Pavese. Postfazione di Marisa Caramella ” I campi di meliga del Midwest”. Prima edizione nella collana; Minimi segni d’uso alla copertina (piccole imperfezioni ai bordi), interno ottimo; Molto buono (come da foto). ; Per Anderson la scrittura era sí una questione di perfezione stilistica, ma anche la riproduzione sulla pagina del modo di raccontare storie nei bar, nei saloon, nei luoghi di ritrovo del Midwest, un modo di raccontare al quale l’aveva abituato il padre e la lunga frequentazione, nell’infanzia e nella giovinezza, di certi personaggi: quei personaggi vitali, genuini, freschi, «americani» di cui sono piene le sue storie e che lasciano nel lettore, a distanza di anni o decenni dalla prima lettura, un’impressione incancellabile. Anderson aspira a una scrittura che riesca a riprodurre senza descriverla la gestualità del «cantastorie» della tradizione orale, popolare. Racconto, gestualità e sessualità vanno, per Anderson, di pari passo, e sono, come la risata dei negri, sintomo della vitalità, della capacità di rinnovarsi, di chi non ha rotto i legami con la natura e con il passato. (…) La traduzione di Pavese può essere considerata un miracolo di identificazione e compenetrazione. Basta recitare a voce alta, alternatamente, periodi della prosa originale e di quella italiana, per sentire correre in entrambe la stessa vena ispiratrice, lo stesso ritmo. Pavese, traducendo Anderson, compiva la medesima ricerca linguistica: tentava di conferire anche alla lingua italiana un sapore di novità, e contemporaneamente di ancorare il linguaggio a un luogo, quello di origine, necessario all’espressione artistica stessa. Dalla Postfazione di Marisa Caramella; L’immagine se disponibile, corrisponde alla copia in vendita.








