Le mosche del capitale. Paolo Volponi. Einaudi, 1991.

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Einaudi ; 1989; 9788806115241; Rilegato con sovracoperta ; 22 x 14,5 cm; pp. 306; Prima edizione ; Leggeri segni d’uso alla sovracopertina, interno ottimo (come da foto).; Buono;«Non c’è niente da raccontare. Non si racconta piú… Non c’è piú Madame Bovary… Il racconto è finito. La narrazio-ne… è il bancone del supermercato»: c’è una esplicita consapevolezza, nel nuovo romanzo di Paolo Volponi, del silenzio con cui da anni la nostra letteratura elude il confronto con la realtà, e in particolare con il mondo dell’industria e della finanza, del denaro, delle merci – in una parola, del potere. Eppure c’era stato un momento, quello del grande sogno di Adriano Olivetti – al quale non a caso il libro è dedicato -, in cui tutta una generazione di intellettuali e scrittori si era misurata con l’oggettività della produzione, alla ricerca di un incontro, di una sintesi, forse di un’utopia. È proprio sul crinale estremo di quelle illusioni, nell’Italia degli anni settanta incapace di disegnare una strategia, intellettuale e civile, che Volponi colloca la vicenda del suo romanzo e in particolare il protagonista, partecipe e vittima della complessità culturale e storica in cui è chiamato ad agire. Bruto Saraccini, dirigente industriale di formazione umanistica, brillante e duttile, responsabile e orgoglioso, percorre la propria ascesa e caduta nel cono d’ombra, che sulla sua vita e sulla fabbrica proietta il Presidente per antonomasia, Nasàpeti, autorevole o ambiguo come il nome che porta. Ma la sua esperienza, somma e allegoria di un ideale mancato di democrazia industriale, si consumerà altrove, in un’impennata che costituisce anche, dal punto di vista narrativo, la chiave di volta del romanzo. Perseguendo il suo sogno, e insieme illudendosi di sfuggire all’aura, fattasi infida, dell’azienda geograficamente defilata in cui la sua carriera è nata, Saraccini cede infatti al richiamo della grande fabbrica del capoluogo, che domina l’industria del paese. Là lo attraggono le lusinghe dell’onnipotente presidentessa, donna Fulgenzia, e soprattutto del nipote di lei, Astolfo, che sembra incarnare la mitica, irraggiungibile figura del Nuovo Imprenditore. Ma il sogno «politico» non può che scontrarsi con un ingranaggio cui non sono consentite divagazioni utopiche: e Saraccini ne uscirà piú schiacciato che sconfitto. Il racconto di Volponi alterna registri e punti di vista imprevedibili: con gli uomini (e i loro ruoli, le loro ambizioni, le loro maschere) prendono vita oggetti e figure: dalla poltrona alla borsa del Presidente, al calcolatore che dialoga con la luna; dalle piante chiamate a decorare gli uffici, ai quadri ben consci della loro missione aziendale, fino al pappagallo di Astolfo, osteggiato dal feroce capo della sorveglianza interna quale «profeta e testimone di mondi nuovi e di nuove umanità emergenti». All’universo forte e chiuso, spietato e asettico del potere industriale si contrappone però, devastata ma non vinta, l’altra faccia della fabbrica e della città, cui dà voce l’operaio Tecraso. E, questa, la città livida e dura il cui risveglio dalla notte industriale apre, in modo memorabile, il romanzo: un libro con il quale dovrà fare i conti, per forza documentaria e allegoria fantastica e grottesca, chiunque voglia cercare di capire la realtà, anche nascosta, del mondo in cui viviamo.; L’immagine se disponibile, corrisponde alla copia in vendita.